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lunedì 12 maggio 2014

Le grate

Pubblico un post scritto da Laudem Gloriam.


Quando venne a trovarmi mia zia al Carmelo, per la prima volta, mi disse commossa: "Scusami se non ho portato il cuginetto, ma ho paura che, piccolo com'è, resterebbe terrorizzato dalle grate..". Il fratello lì presente, più grandicello ed espertissimo nel cantare l'alfabeto, mi chiedeva il perchè di quelle "sbarre di ferro" e, nonostante i miei sforzi, temo che abbia pensato che la sua cugina più grande sia finita in un carcere, per qualche strana marachella...!

In fondo, credo che questa idea di "punizione" o simile, sia sottilmente annidata nella mente di molti quando considerano la "clausura", come fosse una volontaria mortificazione ascetica, eroica, per penitenza e chissà cos'altro. E' innegabile: in molti, davanti alla grata, si comportano come se guardassero animali allo zoo, studiando questi "strani esseri" che fanno cose ancora più "strane", come il "pregare troppo spesso", e indossare "abiti medioevali".

Eppure, dall'altra parte della grata, dall'interno del Monastero, le grate non si percepiscono affatto. Probabilmente perchè, prima di ogni segno esterno, è interiormente che si percepisce questa separazione, come la Sposa del libro del Profeta Osea, condotta nel deserto, in un cuore a Cuore dolcissimo con lo Sposo. Le grate diventano così un segno di gelosia divina, un richiamo costante -per la Carmelitana- della voce di Cristo che le dice, con ogni sbarra di ferro o legno: "Sei tutta Mia, e solo Mia. Mi appartieni completamente, corpo e anima."

Questa divina gelosia è il Segno per eccellenza della chiamata al Carmelo, non per disprezzare e separarsi da questo mondo ferito, che Cristo ha tanto amato da bagnarlo copiosamente con il Suo Sangue divino. No, questa apparente chiusura verso l'esterno, serve, in realtà, per una più profonda immersione nell'umano e nell'uomo, molto più di quando si imbocca un uomo semiparalizzato in ospedale, o si fa una bella predica davanti ad una persona demoralizzata, perchè nella carità fattiva, molto spesso, può annidarsi un sottile orgoglio autocompiaciuto, che non ha radici dove attecchire nello spazio angusto e limitato del Monastero.

"Cosa ti ha portato, questo primo anno nel Carmelo?", mi chiese una mia amica d'infanzia. "Mi ha reso più umana", le risposi. E questo è precisamente il frutto principale di quelle misteriose grate di ferro, che riconducono costantemente a se stessi e alla Comunità monastica, al rapporto con Cristo, per guardare in faccia fino alle viscere del proprio essere umani e dell'umanità delle sorelle, senza poter sfuggire a questa visione costante, dei propri limiti, e dei limiti e virtù delle proprie sorelle. In questo faccia a faccia continuo con l'uomo e con Cristo, si scende ad una comprensione profondissima del mistero dell'uomo, la cui carne è impastata d'Amore. Si vive non più in orizzontale, in una superficialità dei rapporti di cui neanche ci si accorge: al Carmelo, la vita -svolgendosi in uno spazio delimitato dalle grate- si svolge in verticale, nelle viscere dell'Umanità di Cristo e della propria.

Ed è l'Amore geloso, il Dio di ogni gelosia passionale, che conduce a questa visione dell'uomo senza mai disperare sul peccato del mondo, ma, colme di gioiosa speranza, Egli dà la Voce per poter gridare, a tutti quelli che vedono solo i nostri occhi -affacciandosi magari alla grata, mentre si cantano i Vespri, fissandoci come animali in via d'estinzione- che si può vivere solo di Cristo, in Cristo, con Cristo, attraverso la carne del fratello e della sorella, senza cercare altri nutrimenti, perchè la grata, fatta di Gelosia divina, ci impedisce -felicissimamente!- di nutrirci d'altro che di Cristo.

In Cristo, unica Gioia!
Laudem Gloriam