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lunedì 25 luglio 2016

La sequela nella vita monastica…

Post scritto da una Carmelitana del monastero di Cerreto di Sorano.


Verso la puritas cordis

La nostra condivisione sulla vocazione monastica carmelitana continua. Questa volta puntiamo i riflettori su alcune implicanze pratiche della sequela Christi. Ascoltando, le “storie vocazionali” di diverse sorelle, ci rendiamo conto che Gesù sceglie le circostanze più impensate per far udire la sua chiamata ad una vita di sequela. Sorelle che hanno dovuto lottare tra tante voci per riconoscere quella Sua, e altre che hanno avvertito un imperativo chiaro ed inequivocabile a lasciare ogni cosa e seguirlo nella vita carmelitana. Giovani afferrate da Cristo dentro il caos di una vita più superficiale, e donne già incamminate in una vita consacrata apostolica avvertita, a un certo punto, come insufficiente per rispondere all’appello di Dio come Unico Signore… Alcune raggiunte da Dio in giovanissima età, altre dopo alcune esperienze di vita e di impegno familiare e/o sociale. Questa diversità, apre il cuore alla novità dello Spirito che nel Mistero della Benevolenza di Dio suscita il desiderio di Lui nelle forme più impensate, allo stesso tempo promuove la consapevolezza della ricchezza che viene consegnata alla comunità che come un braciere riceve legna grossa, tozza, più o meno asciutta e secca ma tutta destinata ad infuocarsi, illuminare, scaldare, e non esime, comunque, anzi interpella ad un serio e oculato discernimento vocazionale. In effetti, molti sono i motivi che possono suffragare la scelta del monastero… e non sempre tali motivi sono di ordine soprannaturale. Il desiderio di una vita di preghiera prolungata, per esempio, di per sé non è indice sicuro di chiamata alla vita al Carmelo. La vita in una comunità monastica carmelitana suggerisce la necessità di individuare dei segni concreti che aiutino ad effettuare un sincero discernimento e che lasciano intravedere la possibilità di una assunzione fattiva della fisionomia monastica. Nate da una stirpe di eremiti, la nostra vocazione ha una naturale inclinazione al silenzio, alla solitudine del deserto, alla preghiera individuale e incessante tuttavia, un elemento necessario su cui fondare la decisione di entrare e vivere la sequela in un monastero carmelitano è riconoscere in sé il desiderio vero, sincero, franco, di abbracciare la vita di comunità come mezzo indispensabile per cercare il volto di Dio. La nostra potremmo dire è una con-vocazione: un invito a stare con Lui vivendo insieme ad altre sorelle. Un vivere insieme come Lui, mediante la professione dei consigli evangelici: la castità, l’obbedienza, la povertà, accettando di lasciare tutto per lui. La sequela monastica non implica solo stare con Cristo, accompagnarlo per la via che Egli ha percorso in obbedienza al Padre, richiede pure di vivere come lui: assumere progressivamente il suo stile di vita, adottare i suoi atteggiamenti, lasciarsi invadere dal suo spirito, assimilare la sua sorprendente logica. Ma la nostra chiamata è anche un vivere orientati a Lui, cercandolo, incontrandolo, entrando nel suo mistero e lasciandosi trasformare da Lui nel silenzio, nell’ascolto e nella meditazione della Parola, nella preghiera continua, nella celebrazione della liturgia delle ore e nella vita sacramentale. È un condividere la sua passione per l’uomo  mediante l’offerta della vita declinata nel nostro “farci intercessione” per il mondo e nella qualità evangelica delle nostre relazioni. È un duplice movimento verso l’Altro e verso l’altra che, prendendo in prestito le parole sulla sequela monastica di Isaac abate del monastero di Stella, possiamo esplicitare così: «Fratelli, questo sia per voi il modello di vita, la vera norma della vostra vita santa: vivere con Cristo nel pensiero e il desiderio della patria eterna; e in questa faticosa peregrinazione non rifiutare, per Cristo, nessun esercizio di carità. Seguire Cristo, il Signore, salendo al Padre: affinarsi, semplificarsi, vivificarsi  nella quiete della meditazione. Seguire Cristo abbassandosi verso il fratello: estendendo attivamente se stessi con  l’azione, moltiplicandosi in mille maniere, facendosi tutto a tutti. Non disprezzare nulla di ciò che riguarda Cristo; non aver nulla di più prezioso di Cristo. Avere sete di una sola cosa, occuparsi solo di una cosa, quando si tratta di Cristo unico; voler stare al servizio di Cristo, quando si tratta di Cristo multiplo» (Sermone 12). È beninteso che una vita monastica cenobitica presuppone anche da parte delle singole persone una buona “condizione” per sostenere la robustezza di una vita contemplativa claustrale, un’effettiva “disposizione” a crescere nell’umiltà e nella docilità, un impegno sincero a fondare l’esistenza su una vita teologale che integri man mano la persona nell’unica tensione verso Dio vissuta, armonicamente, nella dialettica tra solitudine della cella e poliedricità della vita comune. È basilare aver intrapreso un cammino di maturazione umana, affettiva, relazionale: una certa stabilità negli stati emotivi, un’identificazione serena con la propria sessualità e la capacità di accogliere le altre in quanto diverse, perché su queste basi si poggerà l’edificio spirituale che la vita carmelitana costruirà, gradualmente, esperienza dopo esperienza. Queste condizioni sono necessarie perché supportano la scelta della vita monastica sia nella sua dimensione dello: “stare” con Gesù, sia nel suo aspetto del “mettersi” alla sua sequela nella forma piena del conformarsi a Lui e pertanto nella condivisione della sua stessa sorte… «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). La vita in monastero, dice Cassiano, si vive « nel sacramento della Croce » – « sub crucis sacramento » (Institutiones, IV, 34) e vivere nel mistero della Croce significa vivere in unione con Cristo nella sua « obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce » (Filippesi, 2, 8-9). Significa seguirlo «dovunque egli vada» (cf Lc 9,57) Seguire questo Dio Crocifisso, comporta la scelta coraggiosa e perseverante di condividere il suo destino di maestro umiliato e messia fallimentare dal (punto di vista umano). E ciò ha un significato chiaro: la progressiva rinuncia a noi stesse, l’offerta oblativa della nostra vita, lo sviluppo di un amore sempre più autentico e gratuito, in unione a Cristo Crocifisso nella crescente consapevolezza che questo Crocifisso è il Risorto, colui che ha promesso: «Chiunque ha lasciato casa o moglie o fratelli o campi per me, già al presente riceve cento volte tanto» (Mc 10,30). La carmelitana pertanto è chiamata a «partecipare all’annientamento di Cristo, ma allo stesso tempo alla sua vita nello Spirito» (PC 5) mentre vive « nel sacramento della Croce » e grazie al Sacramento della Croce…. Quando matura in lei la capacità di smontare le sue illusioni, quando il falso « io » si ridimensiona fino a scomparire, quando impara a non anteporre nulla all’amore di Cristo. È un cammino verso la luce che splende man mano che il cuore impara la via della docilità e dell’umiltà, diviene sempre più sgombro di sé, andando verso quella che i Padri chiamano puritas cordis: purezza di cuore.


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