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mercoledì 19 aprile 2017

La conformità alla volontà di Dio

Dagli scritti di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932).


La conoscenza di Dio non unisce soltanto la nostra intelligenza al pensiero divino ma tende all'amore, perchè tutto è amabile in Dio; la conoscenza di noi stessi, mostrandoci il bisogno che abbiamo di Dio, ce lo fa ardentemente sospirare e ci getta tra le divine sue braccia. Ma la conformità alla divina volontà ci unisce ancor più direttamente e più intimamente a Colui che è la fonte di ogni perfezione; assoggetta infatti e unisce a Dio la volontà, che, essendo la regina delle facoltà, tutte le mette al servizio del Sommo Padrone. Si può quindi dire che il grado di perfezione dipende dal grado di conformità alla divina volontà. A farlo meglio intendere, esporremo: 1° la natura di questa conformità; 2° l'efficacia santificatrice.

I. Natura della confirmità alla volontà di Dio.

Sotto il nome di conformità alla divina volontà intendiamo l'intiera e affettuosa sottomissione della nostra volontà a quella di Dio, sia alla volontà significata, sia alla volontà di beneplacito.

Infatti la volontà di Dio ci si presenta sotto doppio aspetto. a) È la regola morale delle nostre azioni, significandoci chiaramente, per mezzo dei precetti o dei consigli, quello che dobbiamo fare. b) Tutto sapientemente governa, dirigendo gli avvenimenti per farli convergere alla gloria sua e alla salute degli uomini; ci viene quindi manifestata dai provvidenziali avvenimenti che accadono in noi e fuori di noi.

La prima si chiama volontà significata, perchè chiaramente ci significa ciò che dobbiamo fare. La seconda si chiama volontà di beneplacito, perchè i provvidenziali avvenimenti ci dicono quale sia il beneplacito di Dio.

[...]

LA VOLONTÀ SIGNIFICATA DI DIO.

La conformità alla volontà significata di Dio consiste nel volere tutto ciò che Dio ci significa essere di sua intenzione. Ora, dice S. Francesco di Sales, "la dottrina cristiana ci propone chiaramente le verità che Dio vuole che crediamo, i beni che vuole che speriamo, le pene che vuole che temiamo, ciò che vuole che amiamo, i comandamenti che vuole che osserviamo, i consigli che desidera che seguiamo. Tutto ciò si chiama volontà significata di Dio, perchè Dio ci significò e manifestò che vuole e intende che tutto questo sia creduto, sperato, temuto, amato e praticato".

La volontà significata comprende dunque, secondo lo stesso Dottore, quattro cose: i comandamenti di Dio e della Chiesa, i consigli, le ispirazioni della grazia, e, per le comunità, le Costituzioni e le Regole.

a) Dio essendo nostro Supremo Padrone, ha diritto di comandarci; ed essendo infinitamente sapiente e buono, nulla ci comanda che non sia insieme utile alla gloria sua e alla felicità nostra; dobbiamo quindi, con tutta semplicità e docilità, sottometterci alle sue leggi, legge naturale o legge divina positiva, legge ecclesiastica o giusta legge civile, perchè, come dice S. Paolo, ogni legittima autorità viene da Dio, e l'obbedire ai Superiori che comandano nei limiti dell'autorità loro conferita, è un obbedire a Dio, come il resistere ad essi, è un resistere a Dio stesso: "Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit: non est enim potestas nisi a Deo; quæ autem sunt, a Deo ordinatæ sunt. Itaque qui resistit potestati, Dei ordinationi resistit; qui autem resistunt, ipsi sibi damnationem acquirunt". Non esaminiamo qui in quali casi la disobbedienza alle varie leggi è grave o leggiera, avendolo già fatto nella nostra Teologia morale. Ci basti il dire, rispetto alla perfezione, che quanto più fedelmente e cristianamente osserviamo le leggi tanto più ci avviciniamo a Dio, perchè la legge è l'espressione della sua volontà. Aggiungiamo pure che i doveri del proprio stato rientrano nei comandamenti, essendo come una specie di precetti particolari che obbligano i cristiani in virtù della vocazione speciale e degli uffici che Dio loro assegna.

Non possiamo quindi santificarci senza osservare i comandamenti e i doveri del proprio stato; trascurarli sotto pretesto di fare opere di supererogazione è illusione pericolosa e vera aberrazione, perchè è chiaro che il precetto va innanzi al consiglio.

b) L'osservanza dei consigli non è per sè necessaria alla salute e non cade sotto un diretto ed esplicito precetto. Abbiamo però detto, parlando dell'obbligo della perfezione (n. 353), che, per conservare lo stato di grazia, è necessario fare talora opere di supererogazione e quindi praticare alcuni consigli: è un obbligo indiretto fondato sul principio che chi vuole il fine vuole anche i mezzi.

Ma, ove si tratti di perfezione, abbiamo provato, n. 338, che non si può sinceramente ed efficacemente tendervi senza la pratica di alcuni consigli, di quelli che convengono alla propria condizione. Così una maritata non può praticare i consigli che si opponessero all'adempimento dei suoi doveri verso il marito o i figli; un sacerdote obbligato al ministero non può vivere da certosino. Ma, quando si mira alla perfezione, bisogna bene risolversi a fare di più di quanto è strettamente comandato: quanto più generosamente uno si da alla pratica dei consigli compatibili coi doveri del proprio stato, tanto più s'avvicina a Nostro Signore e alla divina perfezione, perchè questi consigli sono espressione dei suoi desiderii rispetto a noi.

c) Convien dire lo stesso delle ispirazioni della grazia, quando sono espresse chiaramente e accertate dal direttore; può dirsi allora che siano come consigli particolari diretti a questa o a quell'anima.

Si devono per altro premurosamente sottoporre, nel loro complesso, al giudizio del direttore, perchè altrimenti si correrebbe pericolo di cadere nell'illusione. Così certe anime ardenti e appassionate, dotate di viva immaginazione, si persuadono facilmente che Dio parli loro, mentre sono le passioni che suggeriscono questa o quella pratica molto pericolosa. Certe anime meticolose o scrupolose prenderebbero per divine ispirazioni ciò che sarebbe soltanto espressione di esaltata fantasia o suggestione diabolica fatta per ingenerare scoraggiamento. Cassiano ne cita parecchi esempi nelle sue Conferenze sulla discrezione; e i direttori sperimentati sanno che la fantasia o il demonio suggeriscono talvolta pratiche moralmente impossibili, contrarie ai doveri del proprio stato, colorandole come ispirazioni divine. Queste suggestioni cagionano turbamento; se si seguono, si diventa ridicoli, si perde o si fa perdere un tempo prezioso; se vi si resiste, uno si crede ribelle a Dio, si disanima e finisce col cadere nel rilassamento. Bisogna quindi farne una qualche verificazione e la regola che si può dare è questa: se si tratta di cose ordinarie, che le anime fervorose della propria condizione sogliono generalmente fare e che non turbano l'anima, si facciano pure generosamente, riserbandosi di parlarne poi al proprio direttore; se si tratta invece di cose anche minimamente straordinarie, che le anime buone generalmente non fanno, bisogna astenersene, finchè non si sia consultato il direttore, e intanto starsene quieti adempiendo generosamente i doveri del proprio stato.

Fatta questa restrizione, è chiaro che chi tende alla perfezione deve prestare attento orecchio alla voce dello Spirito Santo che interiormente gli parla "Audiam quid loquatur in me Dominus Deus"; e prontamente, generosamente eseguire quanto chiede: "Ecce venio ut faciam, Deus, voluntatem tuam". È questo infatti un corrispondere alla grazia, la quale docile e costante corrispondenza è appunto quella che ci rende perfetti [...]. Il carattere distintivo delle anime perfette sta appunto nell'ascoltare e mettere in pratica queste divine ispirazioni [...].

d) Quanto alle persone che vivono in comunità, sono tanto più perfette, a parità di cose, quanto più generosamente obbediscono alle regole e costituzioni: queste infatti sono mezzi di perfezione approvati in modo esplicito o implicito dalla Chiesa e che uno si obbliga ad osservare entrando in comunità. Come abbiamo spiegato al n. 375, il mancare per fragilità a qualche regola particolare, in sè non è certamente peccato; ma, oltre che spesso in queste volontarie negligenze ci s'insinua un motivo più o meno peccaminoso, è certo che, non osservandole, sia pure per fragilità, uno si priva di preziose occasioni di farsi dei meriti. Resta pur sempre vero che l'osservare la regola è uno dei mezzi più sicuri di fare la volontà di Dio e di vivere per lui: "Qui regulæ vivit, Deo vivit;" e che il mancarvi volontariamente e senza ragione è abuso della grazia.

Quindi l'obbedienza alla volontà di Dio significata è il mezzo normale per giungere alla perfezione.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]