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venerdì 14 aprile 2017

Della conoscenza di noi stessi

Dagli scritti di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932).


La conoscenza di Dio ci porta direttamente ad amarlo, perchè è infinitamente amabile; la conoscenza di noi stessi vi ci porta indirettamente, mostrandoci il bisogno assoluto che abbiamo di lui a perfezionare le doti da lui largiteci e a rimediare alle profonde nostre miserie. Esporremo dunque di questa conoscenza 1° la necessità; 2° l'oggetto; 3° i mezzi d'arrivarvi.

1° NECESSITÀ DELLA CONOSCENZA DI NOI STESSI.

Poche parole basteranno a convincercene.

A) Chi non conosce sè stesso è nella morale impossibilità di perfezionarsi. Perchè allora uno s'illude sul proprio stato, cadendo, secondo il proprio carattere o l'ispirazione del momento, ora in un presuntuoso ottimismo che ci fa credere di essere già perfetti, ora nello scoraggiamento che ci fa esagerare i nostri difetti e le nostre colpe; nell'uno e nell'altro caso quasi identico è il risultato, cioè l'inazione o almeno la mancanza di sforzi energici e perseveranti, vale a dire il rilassamento. - D'altra parte come correggere difetti che punto non si conoscono o si conoscono male, e come coltivare virtù e doti di cui non si ha che una nozione vaga e confusa?

B) Invece la chiara e sincera conoscenza dell'anima nostra ci sprona alla perfezione: le nostre doti c'inducono a ringraziarne Dio, corrispondendo più generosamente alla grazia; i nostri difetti e la coscienza della nostra impotenza ci mostrano che abbiamo ancora molto da lavorare e che non convien perdere occasione alcuna di progredire. Allora uno si giova di tutte le occasioni per estirpare o almeno svigorire, mortificare, dominare i propri vizi, per coltivare e svolgere le proprie doti. E avendo coscienza della propria incapacità, si chiede umilmente a Dio la grazia di progredire ogni giorno, e, sorretti dalla fiducia in Dio, si ha la speranza e il desiderio della buona riuscita; il che dà slancio e costanza nello sforzo.

2° OGGETTO DELLA CONOSCENZA DI NOI STESSI.

Osservazioni generali. Perchè questa conoscenza sia più efficace, è necessario che abbracci tutto ciò che si trova in noi, doti e difetti, doni naturali e doni soprannaturali, inclinazioni e ripugnanze, l'intiera storia della nostra vita, le nostre colpe, i nostri sforzi, i nostri progressi; il tutto studiato senza pessimismo, ma con imparzialità, con retta coscienza illuminata dalla fede.

a) Bisogna quindi rilevar sinceramente, senza falsa umiltà, tutte le doti che il Signore ha posto in noi, non certo per gloriarcene ma per esprimerne riconoscenza al loro autore e per diligentemente coltivarle: sono talenti che Dio ci ha affidati e di cui ci domanderà conto. Il terreno da esplorare è quindi vastissimo, perchè comprende e i doni naturali e i doni soprannaturali: quello che avemmo più direttamente da Dio, quello che ricevemmo dai genitori e dall'educazione, quello che dobbiamo ai nostri sforzi sorretti dalla grazia.

b) Ma bisogna pure porci coraggiosamente di fronte alle nostre miserie e ai nostri falli. Tratti dal nulla, al nulla continuamente tendiamo; non sussistiamo e non possiamo agire che coll'incessante concorso di Dio. Attirati al male dalla triplice concupiscenza [...], questa tendenza noi abbiamo accresciuto coi peccati attuali e con le abitudini che ne risultano; bisogna umilmente riconoscerlo, e, senza disanimarci, metterci all'opera, con la grazia di Dio, per guarire queste ferite con la pratica delle virtù cristiane, onde accostarci alla perfezione del Padre celeste.

Applicazioni. A ben procedere in questo esame, possiamo ordinatamente percorrere i doni naturali e i soprannaturali, seguendo una specie di questionario che ci agevolerà il lavoro.

A) Quanto ai doni naturali, possiamo chiederci, alla presenza di Dio, quali siano le principali tendenze proprie delle nostre facoltà, seguendo non un ordine strettamente filosofico ma semplicemente un ordine pratico.

a) Rispetto alla sensibilità: è lei che domina in noi oppure la ragione e la volontà? V'è in noi tutti un misto di queste due cose, che però varia nella misura secondo gli individui. Amiamo più per sentimento che per volontà o affezione?

Sappiamo padroneggiare i nostri sensi esterni oppure ne siamo schiavi? Qual dominio esercitiamo sull'immaginazione e sulla memoria? Non sono queste nostre facoltà eccessivamente volubili, occupate spesso in vane fantasticherie? E le nostre passioni? Sono bene orientate e moderate? È la sensualità che domina oppur la superbia e la vanità?

Siamo apatici, fiacchi, negligenti, pigri? Se lenti, siamo almeno costanti nei nostri sforzi?

b) L'intelligenza: di che natura è? vivace e chiara ma superficiale, oppure lenta e penetrante? Siamo intellettuali e speculativi, oppure uomini pratici che studiano con la mira di amare e di operare? Come coltiviamo l'intelligenza? Fiaccamente oppur con energia? Con costanza oppure a salti? A quali risultati riusciamo? Qual è il nostro metodo di lavoro? Non si potrebbe migliorarlo?

Siamo appassionati nei giudizi e ostinati nelle opinioni? Sappiamo dare ascolto a chi non la pensa come noi, e acconsentire a ciò che si dice di ragionevole.

c) La volontà: è fiacca e incostante o forte e perseverante? Che facciamo per coltivarla? La volontà dev'essere la regina delle facoltà, ma non può riuscirvi che adoprando grande delicatezza ed energia. Che facciamo per assicurarle il dominio sui sensi interni ed esterni, sull'esercizio delle facoltà intellettuali e per dare a lei stessa maggior energia e costanza? Abbiamo convinzioni profonde? E le rinnoviamo di frequente? Esercitiamo la volontà nelle piccole cose, nei piccoli sacrifici quotidiani?

d) Il carattere ha grandissima importanza nelle relazioni col prossimo; un buon carattere che sa adattarsi al carattere altrui, è una leva potente per l'apostolato; un cattivo carattere è uno dei più grandi ostacoli al bene. Uomo di carattere è colui che, avendo forti convinzioni, si studia con fermezza e perseveranza di conformarvi la sua condotta. Il buon carattere è quel misto di bontà e di fermezza, di dolcezza e di forza, di franchezza e di riguardo, che concilia la stima e l'affetto di coloro con cui si ha da trattare. Un cattivo carattere è invece colui che, col mancare di franchezza, di bontà, di delicatezza o di fermezza, o col lasciar predominare l'egoismo, è rozzo nelle maniere e si rende sgradito e talora anche odioso al prossimo. C'è qui dunque un punto capitale da studiare.

e) Le abitudini: nascono dalla ripetizione degli atti e danno una certa facilità a fare atti simili con prontezza e diletto. Conviene quindi studiare quelle che si sono già contratte per fortificarle, se buone, per estirparle, se cattive.

Ciò che nella seconda parte diremo dei peccati capitali e delle virtù, ci sarà di aiuto in questa indagine.

B) I nostri doni soprannaturali. Essendo le nostre facoltà tutte compenetrate di soprannaturale, non ci conosceremmo interamente se non badassimo ai doni soprannaturali che Dio mette in noi. Li abbiamo descritti più sopra [...]; ma la grazia di Dio è molto varia nelle sue operazioni, multiformis gratia Dei; è quindi necessario studiarne la speciale azione nell'anima nostra.

a) Studiare le inclinazioni ch'ella ci dà per questa o per quella vocazione, per questa o per quella virtù: dalla docilità nel seguire questi movimenti della grazia dipende la nostra santificazione.

1) Vi sono nella vita momenti decisivi in cui la voce di Dio si fa più forte e più insistente: l'ascoltarla allora e il seguirla è cosa della massima importanza.

2) Bisogna pure osservare se, fra queste inclinazioni, non ce ne sia qualcuna dominante, che ritorni, più frequentemente e più fortemente, verso questo o quel genere di vita, verso questo o quel modo di far meditazione, verso questa o quella virtù: si avrebbe allora la speciale via in cui Dio vuole che camminiamo, e bisognerebbe entrarvi per trovarsi nella corrente della grazia.

b) Oltre che delle inclinazioni, occorre renderci pur conto delle resistenze alla grazia, delle debolezze, dei peccati, a fine di sinceramente detestarli, ripararli e schivarli nell'avvenire. È studio penoso e umiliante, specialmente chi lo faccia lealmente e venendo al particolare, ma è studio molto proficuo, perchè per un verso ci aiuta a praticar l'umiltà, e per l'altro ci getta fiduciosamente in seno a Dio, che solo può guarire le nostre miserie.

3° DEI MEZZI ATTI AD OTTENERE QUESTA CONOSCENZA.

Notiamo subito da principio che la perfetta conoscenza di noi stessi è cosa difficile. a) Attratti come siamo dalle cose esteriori, ci è duro rientrar nel nostro interno per esaminare questo piccolo mondo invisibile; e ancor più duro è per noi, superbi, il rilevare i nostri difetti.

b) Questi alti interni sono molto complessi: vi sono in noi, come dice S. Paolo, due uomini, che spesso tumultuosamente contrastano tra loro. Per sceverare ciò che viene dalla natura e ciò che viene dalla grazia, ciò che è volontario e ciò che non è, si richiede molta attenzione, perspicacia, lealtà, coraggio e perseveranza. Soltanto a poco a poco si fa la luce; una cognizione ne trae un'altra e quest'altra prepara la via a una cognizione ancor più profonda.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]