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giovedì 20 aprile 2017

Colpita dalla gioia di una novizia

Ripubblico una specie di intervista che mi rilasciò un'ex monaca di clausura.

Quando e come hai cominciato a sentire la vocazione religiosa?

La vocazione è nata nel periodo dell'adolescenza quando, frequentando il Liceo Artistico, sono andata in gita scolastica ad Assisi; era l’anno 1988 e in quel periodo stavamo studiando gli affreschi di Giotto, Cimabue, Lorenzetti... La mia insegnate di storia dell'arte conosceva una monaca clarissa in quella meravigliosa cittadina ed invitò ad incontrarla gli studenti che lo desideravano. Io non frequentavo più la Chiesa dai tempi del catechismo, però accettai la proposta. Eravamo una trentina di giovani curiosi che non avevano mai visto una monaca di clausura. C’è stato questo incontro nel parlatorio, abbiamo visto una giovane novizia che ci ha raccontato un po' la sua vita, quello che faceva, perché era lì… Io, sinceramente, non ricordo nulla di quello che ha detto, però la cosa che mi è rimasta impressa è stata la sua GIOIA; il vederla così felice, così luminosa, così piena di pace mi ha sconvolta perché, pur credendo di essere felice, quel giorno mi resi conto che non lo ero. Da quell'incontro è iniziato un cammino che è durato quattro anni. Tornata a casa constatai che pensavo sempre più spesso all’incontro che avevo fatto: avevo nostalgia di quella gioia che avevo incontrato e volevo essere felice anch'io. Il mio ragionamento era semplice: “Vorrei essere felice come quella sorella, ma per essere felice come lei devo essere come lei, quindi devo essere clarissa anch’io”. Ed è così che dopo due anni sono ritornata. Ho incontrato la Madre e le ho detto: “Madre, vorrei venire qui perché vorrei essere come Gesù, vorrei essere felice”. Così è cominciato il cammino.

Per i mondani è assurdo rinchiudersi in un monastero di clausura. A te invece che cos’è che ti affascinava tanto della vita claustrale?

All’inizio del mio cammino monastico la scelta è stata spontanea: ero entrata in clausura perché avevo trovato Dio attraverso quella comunità, e quindi tutto era meraviglioso. Poi c’è stato un momento nel mio cammino nel quale mi sono posta le stesse domande: “Ma cosa ci faccio qua dentro? Perché sto chiusa qui? Potrei andare con le suore di Madre Teresa, fare del bene, aiutare i poveri…”. E allora c’è stata una parola del Vangelo di Marco, al capitolo 14, che mi ha colpita molto: “I poveri li avrete sempre con voi, ma non sempre avrete Me.” E mi sono detta: Ma a Gesù chi ci pensa? E poi noi cosa ci crediamo di essere? Dio non ha bisogno di noi, siamo noi che abbiamo bisogno di Lui. E mi sono detta anche che la prima che ha bisogno, la prima povera SONO IO, e che ho tutto da ricevere da Dio, e che se io sono piena di Dio anche il mondo ne guadagnerà. E se è vera quella parola di Gesù: “Qualunque cosa avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a Me”, allora è vero anche il contrario: “Qualunque cosa avete fatto a Me, l’avete fatto a loro.”

Se tu avessi una figlia maggiorenne attratta dalla vita monastica, saresti felice se diventasse sposa di Gesù Cristo?

Lo sarei senz’altro, a patto che vivesse questa vocazione nella verità. Nella verità personale prima di tutto e in secondo luogo nella verità comunitaria. In questa, come in tutte le vocazioni (compresa quella matrimoniale) bisogna vagliare attentamente le motivazioni che ci spingono ad abbracciare uno stato di vita e far sì che queste motivazioni rimangano pure. Non si entra in clausura perché non si trova lavoro o il fidanzato oppure perché si ha una bassa stima di sé e ci si vuol nascondere dal mondo intero… Al contrario, i monaci sono gli esseri più esposti del mondo tant’è che Gesù stesso li paragona alla luce. Se poi si sceglie di vivere la vocazione monastica all’interno di una comunità, è importante che questa sia una VERA scuola di spiritualità e di vita.

Ci sono alcune lettrici del blog che sono incerte sullo stato di vita da eleggere. Che consigli vorresti dare a tal proposito?

La prima cosa che mi viene da dire è che non siamo noi ad “eleggere” uno stato di vita ma è Gesù che elegge noi. È una chiamata. La mia esperienza mi dice poi che la cosa fondamentale in questo momento così delicato è saper ASCOLTARE: bisogna chiudere gli occhi ed entrare nel più profondo di se stessi per capire e discernere le proprie emozioni. So che spesso sono contrastanti ma sappiate che solo la scelta giusta dà una PACE profonda e durevole nel tempo, nonostante le varie lotte e difficoltà da affrontare. Lo ribadisco: l’ago della bussola è e sarà sempre la PACE interiore. Ai più giovani – ma è buona cosa per tutti – consiglio anche di confrontarsi con una guida spirituale saggia e illuminata: è uno dei doni più preziosi che Dio possa farci!