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giovedì 15 settembre 2016

Un affare straordinario

Pubblico una testimonianza di una monaca del Carmelo di Cerreto di Sorano (Toscana).


Come quell’affare straordinario, carpito dai due del vangelo (cf Mt 13, 44-46): il contadino che lavorando nel campo ha la grande fortuna di scoprire, sepolto sotto la terra, un tesoro straordinario e il mercante che cercando perle preziose ne trova, inaspettatamente, una eccezionale, così la nostra chiamata alla vita monastica,  è l’ affare straordinario per il quale è valsa la pena :-venire al Carmelo per vivere una vita integralmente contemplativa, dedita alla meditazione notte e giorno della Parola, vissuta in ossequio di Gesù Cristo in ogni suo frammento … -venire in clausura per imparare a custodire come in uno scrigno il Tesoro, la Perla preziosa, … - venire in una vita monastica  dove imparare a “lasciare” ogni cosa per una solitudine abitata dall’Unico e un silenzio foriero di nuove, vere e profonde relazioni. Monache, Carmelitane, contemplative, claustrali…. Un momento di sosta per intuire, in fondo al cuore, la presenza del Tesoro nascosto e poi… lo slancio verso una vita stabilita interamente nella Parola per riconoscere in questo Tesoro la nostra ricchezza sovrabbondante! Un’esperienza forte dell’Amore da cui si comprende di essere amate per prime ( cf 1Gv 4,19)… Un unico desiderio e moto interiore: trasformarci in Lui: l’Amato… Nel percorso si affaccia alla consapevolezza la percezione, a volte graduale, talvolta impetuosa di camminare nella vita come tra due abissi: il Tutto più pieno di Dio e il nostro povero nulla. Il Tutto inaccessibile, inenarrabile ma necessario, totalmente Altro ma più intimo a noi di noi stesse, Signore degli Eserciti e Viscere di Misericordia…e il nostro niente pieno, debordante di “possedimenti” da vendere, ogni giorno, più volte al giorno: quelle false sicurezze che abbiamo assurto ad idoli, quelle mondanità che possono appannare la vista e stordire l’udito del cuore,  quella sottile ricerca di consenso mascherata di sollecitudine o bontà e quanto ancora…. Ma la chiamata è questa: una vita evangelica radicale e soprattutto una vita profetica protesa a riconoscere le domande di Dio e degli uomini e a continuare, nella fede, a cercarlo e trovarlo ancora anche lì dove gli altri ne ignorano la presenza. Una vita di grazia impiantata nel seno di una umanità di carne e ossa: donne in continua maturazione, creature incompiute, limitate, comuni… Donne, tuttavia, che scelgono di inoltrarsi nel sentiero dell’umiltà per riconoscere, allo specchio della Parola di Verità, la verità di sé stesse, sperimentare la gioia della misericordia ricevuta e donata, e stare davanti a Dio per intercedere. Una vita chiamata ad essere profetica in tutte le sue espressioni anche quelle esteriori,  come per es. la grata o ogni forma di separazione, la stessa clausura giuridica…  forme che assumono valenza simbolica ma anche concreta perché, se interiorizzate come valore e non solo come norma, riportano visibilmente e fattivamente la nostra esistenza al Cuore : Il suo Volto da ricercare ardentemente in ogni angolo del monastero, che sia il coro o il giardino, la cella o la cucina… la Voce da ascoltare per riempire ogni vuoto dentro e attorno a noi, la Parola da accogliere per sostanziare i nostri moderati o rigorosi silenzi, la Persona  con la P maiuscola da amare perché abiti il nostro raccoglimento e innamori la nostra solitudine. Il nostro nulla, il nostro essere cocci di creta, o brocche rotte… l’umiltà della nostra condizione umana, non sono un ostacolo per entrare nel mistero di Dio, quanto piuttosto la carne debole, la tenda in cui Gesù può scegliere oggi, di dimorare, nella misura in cui la nostra debolezza si fa casa della kenosi di Cristo nei misteri della sua incarnazione, passione e morte. Una vita chiamata a trasfigurarsi attraverso un percorso di unificazione interiore che esprima al meglio la nostra umanità. Una vita che nel silenzio della cella, nel ripetitivo lavoro manuale, nella costanza della preghiera liturgica e nel ritmo incessante della preghiera del cuore, porta avanti una missione rigeneratrice e riunificatrice anche oltre al monastero, proprio, a partire dal cammino personale di ritrovamento e ricostruzione sé in Dio. Una vita che s’ innamora, ora dopo ora, di Cristo e che entra nel quotidiano con il desiderio unico di amarlo nelle più piccole cose, nelle più nascoste esperienze, nelle forme anche meno apprezzate dal pensiero comune… una vita che vuole farsi piccola … una vita non valida perché fatta per persone di straordinaria qualità, ma perché pensata per chi si lascia  “guardare” e trasformare da Lui sapendo che tutto il nocciolo sta nel comprendere che l’amore si paga solo con l’amore.  Allora questa vita è tutta una questione di sguardo, non solo guardare a Lui ma lasciare che egli ci guardi, cercare il suo sguardo sugli eventi e le cose, stabilire una relazione di sguardi in grado di cambiarci  profondamente, di far maturare in noi l’unico desiderio di stare sempre con Lui, di vivere una intensa comunione con Lui . Così la clausura trova nella passione per Gesù il suo senso. Il desiderio di stare con Lui senza dis-trazioni, senza prescindere dalle proprie fragilità (sarebbe utopia), ma dargli tutto il tempo, le energie, i pensieri, l’anima, il corpo… la vita.  Per questo la prima cella è il cuore: un cuore che veglia nel sonno, un cuore ferito d’amore (Cf Ct 5, 2-8). Certo la clausura porta in sé anche il sapore della rinuncia: ci si priva volontariamente di spazi, di contatti, di viaggi e ciò logicamente ha un costo… ma cosa non si lascia per amore? Solo la prospettiva dell’amore può frenare la brusca discesa del cuore verso egoismi, ripiegamenti o ricerche di surrogati vari. Solo l’amore purifica portando davvero il cuore a “vedere”.  Solo così dal cuore può sgorgare la gioia, anche in mezzo alle prove, una gioia profonda, intima, superiore… la gioia  di una vita nascosta con Cristo in Dio! Il nostro cuore è chiamato a formarsi ed essere cuore di discepole, in ascolto dello Spirito, a muoversi con fedeltà e creatività di fronte agli appelli del momento, a stare dove bisogna stare con libertà. Una lettura attenta di queste poche righe può far comprende come il costante atteggiamento sia la soglia su cui deve sostare la nostra vita: la capacità cioè di metterci in ascolto del Signore e della sua Parola, nutrire una profonda esperienza di Lui e prendere coscienza delle sfide dell’oggi senza mai barattare il senso teologico della nostra identità vocazionale.

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