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domenica 17 aprile 2016

Rimanere nel fuoco dell’amore

Pubblico un post scritto dalle Carmelitane di Cerreto di Sorano.

Un’icona carica di tenerezza e forza che Gesù utilizza per descrivere se stesso è quella del Buon Pastore. Il Pastore forte e sicuro, porta delle pecore, “Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura” (GV 10,9); che si erge contro i lupi a difesa delle pecore, che non fugge innanzi al pericolo, che ha a cuore, più d’ogni altra cosa, la vita del gregge. Il Pastore Bello e Buono che “porta gli agnellini sul petto, e conduce pian piano le pecore madri” (Isaia 40,11). Davanti a questa icona vogliamo soffermarci per pensare un po’ alla nostra vita inoltrata nella sequela. “Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. (Gv 10,2-5). Tutto comincia da quel richiamo seducente, disarmante, inconfondibile di pienezza che un bel giorno si staglia nel cuore e non lascia più vivere. Non si sa bene chi è l’Altro, si pongono domande, si chiede aiuto, si cerca… ci si distanzia poiché si subisce un fascino che sconvolge la propria normalità… si tenta di fuggire. Ma Lui ritorna e ritorna ancora con la bellezza del primo istante a richiamare per nome, nel modo che solo Lui conosce, nella maniera che solo Lui sa usare. Ci si ritrova allora dietro a Lui nell’avventura della vita spesa per l’Unico. La sequela può avere molti pascoli, noi siamo nel solco della vita monastica carmelitana, nel recinto della preghiera, dell’offerta silenziosa, del lavoro nascosto, della fraternità semplice e amicale vissuta solo per Dio. La nostra vita si svolge in un monastero di campagna, tra i suoni della natura e la semplicità rurale dell’orto. La schiettezza e ripetitività diuturna del vivere ci pone serenamente davanti la verità nuda, essenziale, totale della vita. Lontano dagli affanni per essere qualcuno, per emergere, per contare qualcosa, qui ci immergiamo ogni giorno nella spontaneità della terra: semplice e concreto richiamo di profonda libertà, di verità esistenziale splendida, inaudita, intatta. Qui la semplicità del quotidiano, paradossalmente, dà un senso acutissimo di aderenza alla realtà, dà sapore evangelico all’esistenza, restituisce una valenza creaturale alla vita e diviene cammino di conversione, inteso come purificazione e rinuncia ma anche come accesso alla libertà e alla vera gioia. E ritorna il Buon Pastore…. Sì, in questo fazzoletto di terra che abitiamo, si ripete la storia del Pastore Bello e Buono. Qui giunge la sua voce che schiude i nostri occhi sui segni del suo amore nella nostra vita. Qui la sua voce, colma della sua Parola, alimenta la fede. Qui, Lui consacra il suo tempio, che è la nostra vita. Qui ci attira nella stessa intimità divina, nel suo cuore. Qui conduce le nostre menti e i nostri cuori per i cammini della sapienza crocifissa. Qui la sua mano trapassata dai chiodi ci tiene strette per l’eternità. Qui, nel solco ferace della koinonia, i nostri nomi si riscrivono sul Suo Cuore. Qui, nei luoghi di un amore sperimentato mille volte, abita la conoscenza della sua misericordia, che scende sino al fondo più fondo delle nostre esistenze, in un’intimità che ci fa suo popolo, gregge del suo pascolo (cf. sal 94). E la nostra vita, il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra mente, costituiscono così il nuovo tempio riconsacrato per il culto nuovo: la lode di una vita “perduta” per amore -Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. (Mt 16,25)- seguendo il Pastore, insieme al Pastore. Perché nessuno, nel mondo, vada perduto. Si accavallano le esperienza ma tutte confluiscono nel racconto della tenerezza di Dio. Della sua combattiva tenerezza. A volte ci si ritrova come Giacobbe al guado del fiume Yabboq a combattere con il misterioso personaggio: Ma quella notte si alzò, prese le sue due mogli, le due schiave, e i suoi undici figli e passò il guado dello Yabboq. Li prese e fece loro passare il fiume e fece passare quel che possedeva. Poi Giacobbe rimase solo e lottò un individuo con lui, sino allo spuntar dell’alba. Vide allora che non lo sopraffaceva e colpì all’articolazione della coscia e l’articolazione della coscia di Giacobbe si slogò nella sua lotta con lui. E disse: “Fammi andare, perché è spuntata l’alba!”, e Giacobbe rispose, “Non ti lascerò andare se non mi benedirai”. E gli disse: “Qual è il tuo nome?”, allora egli rispose “Giacobbe”. E quello disse: “Non più Giacobbe si dirà il tuo nome, bensì Israele, perché hai prevalso sul Signore e sugli uomini, e hai vinto!”. (Genesi 32, 23-29) Accettare di arrendersi, confessare la verità di noi stesse, ormai sole, senza protezione, senza astuzie o raggiri: consegnate, vinte da Dio, per attraversare il guado della nostra superbia e vivere con un nome nuovo, segnate da Dio per sempre. E in questo racconto biblico, simbolo della preghiera come combattimento della fede noi condensiamo la nostra esperienza di ricerca di Dio, la nostra notte della lotta, della preghiera per conoscere il suo nome e vedere il suo volto che, con tenacia e perseveranza, chiede a Dio la benedizione, un nome nuovo, una realtà rinnovata, frutto di conversione e perdono. La vita si muove qui, tutta su questo piano di ricerca e dono. Il tempo acquista sacralità, e la preghiera liturgica, che pulsa al suo interno, ci aiuta pian piano ad acquistare un nuovo modo di vedere e di pensare, di capire, ci apre all’alterità, cambia la mentalità, nella relazione, nella visione della comunità, corpo di Cristo, che prende il cuore, trasforma il cuore. “Chi altri avrò per me nel cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre. (Sl. 72). Sei tu Signore la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno. (Sl. 70) Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? (Sl. 41). Il Signore è il mio pastore non manco di Nulla (Sl 22) Perché l’esperienza nasce sempre da una interiorizzazione e da una comunione , anzi, nasce dal dolore che ogni crescita esige. Si può trasmettere solo quanto costantemente ci interpella, in una ricerca sempre più profonda di senso e significato. Conosciamo il peccato, la miseria, il limite, la vulnerabilità del nostro cammino ma sappiamo che siamo avvolte in una nube di misericordia che scende dall’altro e ci conduce. E viviamo seguendo una Presenza, dietro al Pastore, al suono della sua voce… una Presenza che ci conforma, ci porta a pienezza, determina, conduce. Cercare Dio qui dove si è, in questo monastero, nella semplicità di questa vita, nelle cose che si ripetono tutti i giorni, nella comunità, nelle sorelle, nelle persone che si accostano a noi abbandonarsi a Lui posando lo sguardo sul suo volto di Pastore Bello e Buono e rimanendo nel fuoco del Suo amore. 


______________________________________________________________________ Per contattare le monache Carmelitane di Cerreto di Sorano scrivere all'indirizzo carmelitane@gmail.com ______________________________________________________________________  


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