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martedì 29 marzo 2016

Circa i religiosi che non vivono da veri religiosi

Sant'Alfonso Maria de Liguori denunciò con franchezza il rilassamento di molti religiosi. Purtroppo questa piaga è ancora di grande attualità e sta facendo soffrire non pochi fedeli. Per agevolare la lettura del seguente scritto alfonsiano ho eseguito qualche breve taglio e alcuni piccoli ritocchi lessicali.


I religiosi sono la parte più eletta che Iddio ha fra gli uomini su questa terra per dilatar la sua gloria, e per vedersi amato da essi con amore più speciale e più puro di quello con cui viene amato da coloro che vivono in mezzo al mondo, applicati alle cure secolari. [...] E perciò ogni convento di religiosi che si trova sulla terra dovrebbe considerarsi come un'adunanza di uomini che, staccati da ogni pensiero terreno, non si occupano d'altro, che a vivere solo a Dio, sicché di loro possa egli gloriarsi e dire: Costoro son tutti miei, sono la delizia mia.

Ma, domando, può dire oggidì il Signore di tutti i religiosi che vivono: Questi sono la mia delizia? Oimè, piange la Chiesa, perché vede nei religiosi un comune rilassamento di spirito, unito ad una gran freddezza nel divino servizio! Non si nega, che vi sono i buoni fra tanti i quali vivono da veri religiosi, separati dagli attacchi mondani, e che attendono a farsi santi ed a portare anime a Dio. Vi sono questi, ch'io chiamo giudici, che un giorno serviranno per giudicare i loro compagni nella valle di Giosafat; ma questi buoni religiosi, questi giudici, quanti sono? [...] son troppo pochi, come si vede; e perciò piange la Chiesa con tutti coloro che amano la gloria divina.

Non conviene alla mia picciolezza parlare qui da censore e notare i difetti in cui al presente comunemente cadono i religiosi, per li quali poi invece di dare edificazione coi loro esempi, sono di ammirazione e di scandalo agli altri. Mi dirà alcuno: Ditemi, signor riformatore, quali sono questi difetti comuni? ed insegnateci che abbiamo noi a fare per esser buoni religiosi. No signore, io non pretendo di riformare il mondo, e perciò non voglio inoltrarmi a dichiarare i difetti particolari che oggidì son fatti usuali. Dico solamente a voi che così m'interrogate, che per essere un buon religioso voi ben lo sapete quel che si ha da fare; nel vostro noviziato ben foste istruito da' maestri sulla pratica delle virtù che avevate dipoi ad esercitare nella religione, cioè l'ubbidienza, il distacco dagli affetti terreni, l'amore alla povertà, l'annegazione di voi stesso, il desiderio di essere umiliato, e tutto l'altro che bisogna a viver da buon religioso. Ma perché nel tempo presente la tepidezza e il rilassamento si è fatto comune, e poco più si attende agli obblighi dello stato religioso, pertanto poco si attende all'emenda de' difetti.

[...] Per lo più i novizi che perseverano sino al fare i voti, vivono con fervore di spirito e danno edificazione; ma il male è che, dopo aver fatti i voti, applicandosi agli studi, subito cominciano ad intepidirsi, e trascurano di conservar lo spirito acquistato e di praticare i buoni propositi concepiti nel noviziato, in modo che da quel tempo, in vece di avanzarsi nelle virtù, di giorno in giorno van decadendo e si avanzano nei difetti. Indi quando poi son posti ad insegnare agli altri, cresce il rilassamento; mentre da allora in poi poco si attende a faticare per la gloria di Dio, ma per vantaggiare i propri interessi con passare a gradi maggiori di magistero, e così poi giungere a fare una vita meno soggetta e più comoda.

La religione con giusti fini costituisce i gradi, per cui debbono avanzarsi i religiosi, acciocch'essi maggiormente indi promuovano il bene delle anime con instruire gl'ignoranti ed infervorare i tepidi. Ma la disgrazia è che in molti religiosi il mezzo diventa fine: poiché col tempo non tanto si bada al bene della religione e dell'anime, quanto ai propri vantaggi temporali. Io ritorno a protestarmi che non pretendo di fare il riformatore, ma considero che da tali scalini si fomentano poi nelle comunità religiose tutte le ambizioni, e per conseguenza tutt'i decadimenti di spirito. Onde concludo che molto meglio sarebbe che i maestri, dopo aver compiuto il corso del loro magistero, restassero nello stesso umil grado, nel quale erano uscendo dal noviziato; perché così ognuno attenderebbe a far l'officio suo, non già per fini particolari, ma solo per adempire la divina volontà e per ubbidire a' suoi superiori. Ma perché poi dalla lettura si passa a ricevere maggiori comodi di stanza, di servitù e di preminenze; questa è la cagione perché pochi religiosi si avanzano nello spirito e nell'edificazione che dovrebbero dare agli altri. E quindi avviene che tutti i buoni piangono in vedere un rilassamento universale nelle religioni, come troppo oggidì è palese a tutti. Dov'è oggidì (comunemente parlando) nei religiosi lo spirito di ubbidienza, lo spirito di povertà, di mortificazione, di annegazione interna? Dov'è l'amore alla solitudine, alla vita nascosta, il desiderio di essere disprezzato, come han desiderato i santi? Queste sorte di virtù son divenute cose strane e pare che se ne sia perduto anche il nome.

Ma che rimedio vi sarebbe a questo male così grande e così universale? Che voglio dire? Il rimedio ha da venire dal cielo; e perciò dobbiamo noi pregare il Signore, ch'egli rimedi colla sua potenza e pietà; giacché, siccome il buono spirito dei religiosi si comunica ancora ai secolari, così all'incontro del loro rilassamento anche gli altri ne partecipano. Io per me stimo che questo raffreddamento delle religioni per la maggior parte dipende dalla mancanza e trascuratezza dell'orazione; e la mancanza dell'orazione dipende dalla mancanza del ritiro e raccoglimento. Troppo fa vedere l'esperienza, che quanto più taluni s'immergono a trattare cogli uomini, tanto meno desiderano di trattare con Dio; e quanto più essi trattano col mondo, tanto più Iddio da loro si ritira. Volentieri io parlerei (disse un giorno il Signore a s. Teresa) a molte anime; ma il mondo fa tanto strepito nel loro cuore che la mia voce non può sentirsi. Immersi pertanto molti religiosi negli affari di terra, poco pensano a stringersi con Dio. Vorrebbero levarsi dal fango della loro tepidezza e sciorsi dagli attacchi terreni in cui si trovano implicati; ma le passioni, da cui non si fanno forza a staccarsi, li tirano sempre al basso, e così perdono l'amore all'orazione.

Gli antichi monaci attendeano molto all'orazione, e perciò si faceano santi, e coll'edificazione che davano santificavano anche gli altri. Ma oggidì tutto manca perché è mancato lo spirito di orazione; e pertanto si manca all'umiltà, al distacco del mondo e all'amore a Dio; e mancando l'amore a Dio, mancano in conseguenza tutte le virtù.

Preghiamo dunque Gesù Cristo, il quale solamente può rimediare a tanto male, preghiamolo che infonda ai religiosi il suo santo amore e il desiderio di farsi santi; perché al presente par che i religiosi abbiano perduto anche il desiderio di farsi santi. Ognuno vede la necessità che vi sarebbe d'una riforma generale nei religiosi, nei preti e nei secolari, nel veder così dilatata da per tutto la corruzione dei costumi.


[Titolo originale: “Stimoli a' religiosi per avanzarsi nella perfezione del loro stato”. Brano tratto da: OPERE ASCETICHE, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IV, pp. 444 - 447, Torino 1880].