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martedì 29 dicembre 2015

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi (Gv 15,16)

Post scritto da GTSM (Gloria Tua Salus Mea), pseudonimo di una collaboratrice del blog.



E fu subito luce

La storia di una conversione, lenta e inesorabile. Un cambiamento radicale che ha cambiato la vita. 

Niente più gite in riva al lago, o notti passate a gridare alla luna. I piedi si fermano alle tue porte... si potrebbe dire parafrasando le parole del Salmo 121 per questa storia vera la cui protagonista non desidera essere identificata. Difficile resistere alla tentazione di insistere, ma si rischia di ricevere un deciso diniego. 

Ormai, non desidera essere ammirata solo che dal “mio Sposo”; come con aria sognante chiama Gesù. Bisogna necessariamente essere su una certa lunghezza d’onda per non “storcere il naso” di fronte agli accenti vibranti che una ragazza normalmente rivolgerebbe al suo amato. 
Ma è proprio la bellezza di questo amore appassionato, anche in termini umani, che attira come una calamita verso questa convertita dell’ultima ora. 
In pieno clima sessantottino – è lei che lo ammette con disarmante candore «sperimentò tutto quello che era ebbrezza di libertà: la ribellione verso le istituzioni, una passione per i viaggi avventurosi, amicizie a “tutto tondo” (l’espressione è sua!). Le notti stellate come sfondo a canti che con le note della chitarra sfidavano tutto e tutti; le strade di un cammino all’insegna della provvisorietà e dell’imprevisto, con le sue incognite e i suoi rischi. Sopra e a fianco di tutto questo, il ricordo dell’unica nonna che segue la nipote irrequieta con lo sgranare incessante del Rosario. Sarà forse questo pregare col cuore, nell’impotenza di penetrare la ragione e il cuore della sua “piccola”? L’immagine di cartone del Sacro Cuore accoglie alla fine la preghiera della vecchia nonna, convinta con tenacia che “questo favore no, proprio il buon Dio non me lo può negare”... Ma si sa che le Sue vie non sono le nostre; e quella che avrebbe segnato il riscatto della ribelle sarebbe stata  imprevedibile. È sempre lei che dichiara, convinta che questa sincerità possa solo far trionfare la misericordia di Dio: “Egli ci segue con amore, e spiana i nostri sentieri... tutto è scritto nel suo libro e nulla Gli è nascosto... in un attimo fu subito luce e il buio della notte dell’errore fu rischiarato dal chiarore della verità... hai letto la vicenda di Frossard? Per me è stata la stessa cosa, una fulminea intuizione che Dio c’è e mi aspettava… È così chiaro: è tutta colpa della nostra libertà e Lui la rispetta al punto che il male che ne esce finisce per essere attribuito alla sua permissione...”.
Il discorso scivola sul difficile: arduo è discernere quanto di ciò che dice sia “farina del suo sacco” o frasi della Bibbia assimilate e fatte proprie, in un linguaggio che non ha più confini. 
Confine che sembra invalicabile oltre la grata che ci separa, il bianco accecante delle pareti nude, l’aroma dell’incenso che ha invaso i locali del monastero dopo la benedizione eucaristica. 
“Adorare e tacere, in spirito e verità: ecco la mia missione. Come la samaritana al pozzo ho incontrato chi mi ha detto tutto quello che ho fatto; non potevo tirarmi indietro ed eccomi qua: i tanti viaggi senza mèta, le amicizie vaghe e instabili, la libertà di tutto osare e tenere per lecito. Ora all’interno di questo monastero, vivo una dimensione nuova e so per certo che con Santa Teresina percorro le strade del mondo. Il suono dell’organo ha sostituito quello della chitarra e gli accenti del gregoriano canzoni che di sacro avevano ben poco. È la purezza dell’ineffabile che mi ha conquistato, la mitezza dell’agnello condotto al macello: in quel preciso istante in cui ho alzato i pugni al cielo per la morte dell’amica di tutte le avventure, è come se un lampo mi avesse percorso tutta. Come Paolo sulla via di Damasco, ma con meno zelo e scienza, sono rimasta col pugno chiuso e il grido di rabbia serrato in gola. Una gola che doleva, che doveva piangere e sciogliere il nodo che si era formato, segno finalmente di una presa di coscienza che nasceva in quel preciso momento. Il momento del mio inveire contro l’Altissimo che, invece di fulminarmi, mi ha accolto come il padre che riammette il figlio prodigo. Altro che una materiale eredità, avevo dilapidato me stessa, non c’era limite né ostacolo alla mia intraprendenza! Solo adesso, in uno spogliamento totale ritrovo, con i Padri del deserto come guida, il vero significato del mio vagare senza meta. Perché la mia meta era Lui”. 

Ascolto e non riesco a vederla diversa da come si presenta adesso, dagli spazi quadrati formati dai ghirigori artistici della grata: due guance paffute e gli occhi nerissimi, le ciglia folte come quelle di una bambola, l’insieme dell’abito dal sapore medievale e un profumo di sapone di Marsiglia, che sa di pulito all’antica.
“Mi occupo dell’orto, ho chiesto aiuto ad un contadino e ora i miei pomodori sembrano piccole zucche! A contatto con la natura vedo e sento sulla mia pelle la luce che mi ha avvolto, un’esperienza che mi porterò bruciante per tutta la vita. Sono presente dove c’è bisogno, prego con le braccia in croce finché mi dolgono troppo e penso all’agonia di Gesù: come ha potuto resistere e non impazzire dal dolore? Non abbiamo la televisione ma sappiamo che c’è bisogno di parafulmini e io credo di poter essere un parafulmine efficace. Chi più di me conosce il male che è in noi”? 

A sentirla sembra che sia rea di chissà quali delitti... “Il delitto più grande è uccidere l’immagine di Dio che è in noi. Può succedere che Egli, quando lo ritiene utile per il bene delle anime, si riveli e, di conseguenza, noi ci riveliamo a noi stessi. Ci si vede in tutta la crudezza della nudità, senza possibilità di barare o di rendere meno amara la verità. Quella luce... quel lampo... mi sono vista e ho avuto la certezza che Dio mi vedeva, mi voleva, mi amava. Nonostante tutto e forse, proprio per questo”.

Un tocco di campana, lieve e in crescendo, chiama la comunità per la preghiera serale. In questo angolo remoto di campagna le solide, secolari mura di questo monastero hanno accolto chissà quante storie di folgorazioni e di pentimenti; al riparo delle fronde del bosco, lasciamo la monaca avviarsi verso il coro scolpito con figure allegoriche che evocano un vibrante simbolismo. Tiene a precisare che il suo stallo raffigura un diavolo che guarda un’anima sfuggirgli e un ghigno di rabbia gli deturpa il volto. L’anima sembra tirare un sospiro di sollievo: chi ha detto che all’alba di un nuovo giorno gli spiriti maligni non fuggono per l’avanzare della luce?