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giovedì 27 marzo 2014

La cella monastica al Carmelo

Pubblico un post scritto da Laudem Gloriam.

Prima che sorga il sole, quando ancora è buio e ci sono le stelle, le campane chiamano gioiosamente alle Lodi del mattino, per presentarsi davanti al Tabernacolo, inchinarsi, e cantare quant'è bello abitare nella Sua Casa.

Ma prima di giungere al Coro monastico, passo per i lunghi corridoi, semibui, sfiorando con la veste le porte delle celle delle sorelle, e quasi posso sentire -quando aprono la porta, per precedermi in Coro- il profumo della loro intimità notturna con lo Sposo, che ha vegliato sul loro sonno, nel segreto di quelle mura inaccessibili per chiunque, tranne per chi è stata chiamata a quella specifica, piccola celletta. C'è una chiamata anche per la cella, non sono tutte uguali. Difatti non è concesso, tranne che per esigenze particolari, che una sorella varchi l'ingresso della cella di un'altra, e questo divieto è per preservare l'intimità nuziale con Cristo Sposo.

Se nel Coro monastico stiamo davanti al Tabernacolo, nella Cella siamo dentro il Tabernacolo, dove si è in un cuore a cuore solitario con il Seduttore divino, che, ebbro di gelosia, ha voluto togliere alcune donne dalle loro case, per introdurle nella Sua, celandole al mondo, per stringerle al Suo dolcissimo Cuore.

Sulla porta di ogni Cella sta affissa un'icona, un'immagine del mistero che ciascuna porta nel suo nome religioso: chi gli Angeli, chi la Trasfigurazione, chi la Crocifissione, chi la Santissima Trinità. Sulla mia cella, la mia Maestra di Noviziato ha messo l'icona della Deposizione dalla Croce, dove c'è Gesù, torturato, cadavere, che giace abbandonato tra le braccia di Maria, viso sul viso, bocca sulla bocca. Un ultimo bacio. Dietro, poche parole: "La nostra vocazione è essere delle nuove Maria per Gesù."

La cella è spoglia: una grande croce scura sopra il letto, un armadio a muro, una scrivania e un piccolo altare personale per porre la Parola di Dio, e recitare lì le Ore liturgiche che, in una giornata più intensa delle altre, non è stato possibile recitare in Coro.

Una volta chiesi alla Maestra di Noviziato se potevo mettere un piccolo vaso sul davanzale della mia finestra. Un bicchierino da caffè, con un cucchiaio di terra. Mi sarebbe piaciuto piantarci qualche seme di mela, vederlo spuntare e crescere ora dopo ora. Con mia sorpresa, mi fu negato il permesso. Ma non per mortificarmi (questo lo capii più tardi), ma perchè la cella carmelitana dev'essere nuda, completamente libera per lo Sposo, così che Lui solo la possa riempire con il suo Alito divino, per unirsi alla sua piccola sposa.

La Croce sul letto non ha crocifisso: quella croce, infatti, è la mia, ed è lì a ricordarmi che l'unico modo per giungere alla Resurrezione, è passare da lì, da quella Croce personale, unica chiave per comprendere il Vangelo. Senza la Croce, il Vangelo non si comprende.

Questo insegnamento avviene nel silenzio dolce della propria cella, dove cadono -con la stessa naturalezza delle albicocche mature- tutte le maschere e i preconcetti che ci si è fatti lungo anni e anni, in cui credavamo di essere qualcosa che, in realtà, è in parte frutto della nostra immaginazione su noi stessi. Nella cella, si viene spogliati sopratutto di questi artifici, per scoprire, sotto le nostre squame artificiali, la reale Immagine di Dio di cui siamo riflesso, unico e irripetibile. E non l'avevamo mai conosciuta quest'Immagine, prima che lo Sposo non ci spogliasse, nell'intimità della cella, con divine operazioni, segrete, che non saranno rivelate se non in Cielo.

Laudem Gloria